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Overtourism indica il momento in cui la presenza turistica supera la capacità di un luogo di reggerne l’impatto. Non parla solo di folle, ma di equilibrio tra visitatori, residenti, ambiente e identità dei territori.


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Overtourism: quando il turismo supera il limite e cambia i luoghi


10/05/2026

Per molto tempo il turismo è stato raccontato quasi soltanto come una fortuna: arrivi, presenze, alberghi pieni, città più vive, economie locali in movimento. Poi alcune destinazioni hanno cominciato a fare i conti con l’altra faccia del successo. Strade impraticabili, affitti in aumento, negozi pensati più per i visitatori che per gli abitanti, luoghi trasformati in sfondo fotografico. È lì che una parola inglese è diventata sempre più frequente anche in italiano: overtourism.

Il termine unisce over, “oltre”, “troppo”, e tourism, “turismo”. La traduzione più immediata sarebbe “sovraffollamento turistico”, ma non basta del tutto. L’overtourism non indica soltanto la presenza di molti turisti in uno stesso luogo. Indica il momento in cui quella presenza supera una soglia e comincia a modificare la vita della destinazione, rendendola meno abitabile per chi ci vive e talvolta meno autentica anche per chi la visita.

È una parola nata per descrivere una sproporzione. Da una parte c’è il desiderio legittimo di viaggiare, conoscere, visitare luoghi belli o famosi. Dall’altra c’è la capacità concreta di quei luoghi di reggere l’arrivo continuo di persone, valigie, navi, autobus, fotografie, consumi, rifiuti, rumore. Quando il secondo elemento non tiene più il passo del primo, il turismo non è più solo una risorsa ma diventa una pressione.

In italiano potremmo parlare di “turismo eccessivo”, “sovraturismo”, “saturazione turistica”. Sono espressioni comprensibili, ma overtourism ha avuto fortuna perché suona più netto e internazionale. È una parola da dibattito pubblico, da amministrazioni locali, da giornali, da comitati di residenti. Porta con sé l’idea di un limite superato, non di una semplice folla. Non dice: ci sono tanti visitatori. Dice: sono troppi per questo luogo, in questo momento, in queste condizioni.

La differenza è importante. Una piazza piena durante una festa non è necessariamente overtourism. Una città d’arte visitata da milioni di persone all’anno non lo è automaticamente. Lo diventa quando il turismo altera gli equilibri ordinari: quando il centro storico perde residenti, quando gli appartamenti diventano quasi solo alloggi brevi, quando i servizi si orientano più al consumo veloce che alla vita quotidiana, quando il paesaggio umano si assottiglia e resta soprattutto la scenografia.

Per questo la parola ha una forza particolare: parla di luoghi, ma anche di misura. Non è contro il viaggio in sé. Non condanna la curiosità, la bellezza, il desiderio di vedere il mondo. Semmai costringe a chiedersi che cosa succede quando un’esperienza individuale, ripetuta da milioni di persone, produce un effetto collettivo pesante. Il singolo turista è innocente, l’overtourism nasce dalla somma.

C’è poi un aspetto linguistico interessante. La parola contiene già un giudizio, ma non in modo urlato. Over è una piccola particella che cambia tutto: trasforma il turismo, parola tradizionalmente positiva, in qualcosa che ha superato il punto di equilibrio. È lo stesso meccanismo che troviamo in altri termini contemporanei come overbooking, overdose, overload. In tutti i casi non conta solo la presenza di qualcosa, ma la sua quantità oltre il limite sopportabile.

L’overtourism è diventato un tema centrale anche perché tocca una tensione molto attuale: quella tra accesso e tutela. Viaggiare è più facile, più economico e più desiderato di un tempo. Le immagini dei luoghi circolano ovunque e trasformano certe destinazioni in tappe quasi obbligate. Ma proprio questa accessibilità può consumare ciò che rende quei luoghi desiderabili. Il paradosso è evidente: il turismo cerca l’unicità e, quando diventa eccessivo, rischia di renderla più fragile.

La parola funziona perché non riguarda solo Venezia, Barcellona, Firenze o le isole più fotografate. Può descrivere borghi improvvisamente famosi, spiagge rese virali da un video, sentieri di montagna presi d’assalto, quartieri trasformati in attrazione. In questo senso è una parola del nostro tempo digitale: spesso non è soltanto il turismo organizzato a creare pressione, ma anche la visibilità continua, il passaparola online, la ricerca del luogo “imperdibile”.

Non a caso, accanto a overtourism, si usano sempre più spesso parole come “numero chiuso”, “ticket d’ingresso”, “destagionalizzazione”, “turismo sostenibile”. Sono tentativi diversi di rispondere alla stessa domanda: come si può continuare a viaggiare senza trasformare i luoghi in prodotti consumati troppo in fretta?

Il fascino scomodo di overtourism sta proprio qui. Ci ricorda che anche le cose belle, quando perdono la misura, possono diventare un problema. Il turismo nasce dal desiderio di visitare un luogo; l’overtourism comincia quando quel desiderio, moltiplicato innumerevoli volte, rischia di impedire al luogo di restare se stesso.



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