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Dalle antiche grafie napoletane al riconoscimento UNESCO del 2017: come un mestiere artigianale ha conservato nella lingua la propria identità culturale.


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Pizzaiolo o pizzaiuolo? Perché la parola italiana celebrata nel mondo si scrive in due modi


Siamo abituati a chiamarlo pizzaiolo, ma la parola che la Treccani ha recentemente messo al primo posto tra gli italianismi più conosciuti all'estero contiene una lettera in più: pizzaiuolo. Quella «u», che a molti potrebbe sembrare superflua o persino un errore, racconta in realtà una storia fatta di tradizioni napoletane, antichi mestieri e conoscenze tramandate di generazione in generazione.

La curiosità è riemersa il 21 ottobre 2026, quando la Fondazione Treccani Cultura ha presentato, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, il progetto Onde – Parole italiane in viaggio, dedicato ai termini italiani che si sono diffusi nel mondo. Tra parole ormai internazionali come espresso, moka, tramezzino e jeans, la prima posizione è stata assegnata proprio a pizzaiuolo, nella sua forma tradizionale napoletana.

Ma perché non semplicemente pizzaiolo?

Le due forme hanno la stessa origine e indicano sostanzialmente lo stesso mestiere. Entrambe derivano da pizza, attraverso un suffisso utilizzato in italiano per formare nomi di professioni e attività. È lo stesso meccanismo linguistico che ritroviamo in parole come boscaiolo, barcaiolo e armaiolo.

La differenza sta nella parte finale: -aiolo è la forma oggi più comune, mentre -aiuolo è una variante tradizionale, che conserva una presenza particolarmente significativa nel linguaggio legato alla pizza napoletana. Non si tratta dunque di due mestieri differenti, né di una contrapposizione tra una parola corretta e una sbagliata.

Nell'italiano contemporaneo, pizzaiolo è la forma normalmente utilizzata dai dizionari e nella comunicazione quotidiana. È la parola che troviamo negli annunci di lavoro, nelle descrizioni professionali e nei testi di uso comune. Pizzaiuolo, invece, richiama più direttamente una tradizione artigianale, soprattutto quando si parla della preparazione della pizza secondo le consuetudini napoletane.

La storia della parola conserva anche un'altra curiosità. Nella tradizione delle pizzerie napoletane si incontra la grafia pizzajuolo, con la «j», testimonianza di un modo di scrivere più antico. Una forma che rende ancora più evidente come un termine apparentemente semplice possa attraversare epoche e abitudini linguistiche diverse.

A dare nuova visibilità internazionale a pizzaiuolo è stato soprattutto un riconoscimento arrivato nel 2017. In quell'anno l'UNESCO ha inserito l'Arte del pizzaiuolo napoletano nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità.

È una distinzione importante, perché l'UNESCO non ha riconosciuto semplicemente la pizza, ma l'arte di chi la prepara. Al centro del riconoscimento ci sono i gesti, le tecniche, le competenze e le pratiche sociali che accompagnano questo lavoro.

La preparazione dell'impasto, la formazione dei panetti, la stesura della pasta e la cottura nel forno a legna non sono soltanto operazioni necessarie a ottenere un prodotto. Nella tradizione napoletana diventano parte di un sapere condiviso, trasmesso attraverso l'esperienza e l'osservazione diretta.

La figura del pizzaiuolo assume così un significato che va oltre quello strettamente professionale. È l'artigiano che conosce i tempi dell'impasto, controlla il calore del forno e ripete gesti appresi da chi lo ha preceduto. Anche il rapporto con i clienti, il linguaggio della bottega e la dimensione conviviale fanno parte di questa tradizione.

Questo non significa che chi viene chiamato pizzaiolo sia meno esperto o meno legato al mestiere. La differenza tra le due forme è soprattutto linguistica e culturale, non una distinzione di abilità o qualifiche. Un pizzaiolo può essere un maestro della tradizione napoletana, così come la parola pizzaiuolo può essere utilizzata senza implicare un riconoscimento particolare.

C'è poi un aspetto che rende la vicenda ancora più interessante. Le parole italiane che viaggiano nel mondo non mantengono necessariamente la stessa forma: possono adattarsi alla pronuncia e alle convenzioni delle lingue che le accolgono. Anche pizzaiolo, senza la «u», è documentato come prestito linguistico all'estero, per esempio in francese e in giapponese.

La scelta di valorizzare pizzaiuolo restituisce quindi visibilità a una forma che custodisce un legame preciso con la storia del mestiere e con la città in cui quella tradizione si è sviluppata.

Per chi scrive un testo in italiano comune, pizzaiolo resta la scelta più naturale. Ma incontrare pizzaiuolo, specialmente quando si parla di Napoli e della sua tradizione gastronomica, non deve sorprendere.

A volte una sola lettera basta a conservare qualcosa che una parola più moderna tende a lasciare sullo sfondo: il luogo, i gesti e le persone che ne hanno costruito la storia.



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